• Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home

L'attenzione alla gastronomia risale ai tempi degli Etruschi e  dei Romani, che riuniti in grandi banchetti gustavano piatti pregiati e nel contempo s'intrattenevano con canti e musiche.


 

I Romani vivevano il convivio come un lungo momento di distensione in cui si dilettavano a mangiar vivande ricoperte dalle spezie più costose, assieme ad un sottofondo musicale fatto di accordi di cetre e melodie di flauti. Ma, al declino dell'Impero, con le invasioni barbariche e al seguito di colonizzazioni di vari popoli, la tradizione culinaria italiana parve però distrutta e la cucina fu trasformata da nuovi ingredienti e costumi.

 

Anche il cristianesimo e la chiesa cattolica contribuirono alla decadenza, il cattolicesimo avvertì i piaceri della gola come una colpa legata alla sessualità: il peccato di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, peccato di orgoglio, coinvolgeva una donna e si era perfezionato nell'atto di mangiare. Pertanto lo spirito doveva passare attraverso l'astinenza alimentare e soprattutto con la privazione della carne.

 

Fu all'epoca di Carlo Magno che digiuni e astinenze cominciarono ad alternarsi con giorni di festa perchè anche il potere religioso riconobbe che il pasto abbondante e variato era dovuto a Dio; tuttavia nel medioevo non era applicata l'arte culinaria e pranzi e cene erano più accozzaglie alimentari che creazioni armoniche.

 

Un primo cambiamento avvenne nel Duecento, col rifiorire della vita cittadina e con l'intensificarsi dei commerci a seguito alle crociate, fu la borghesia che trovò attenzione e legittimazione nella ricerca dei piaceri della tavola: la gastronomia recuperò alcuni metodi di cottura nel forno e nei tegami. Rifiorirono gli umidi, le salse e l'uso di presentare i cibi in tavola. Nuovi ingredienti si diffusero consentendo la creazione di nuovi piatti.

 

Ma è la Toscana del rinascimento che si distinguerà nell'arte culinaria e diffonderà anche alcune ricette oltre i confini del Granducato.

 

Favoriti dal territorio per il clima mite e la terra fertile in cui abbondavano materie prime d'eccellenza, i “cochi” toscani potevano fare affidamento a determinati ingredienti: olio, piselli, cavoli, agnelli, vitelli, triglie e lucci e tanti altri prodotti locali.

 

I toscani, grazie alla famiglia Medici, iniziavano a perfezionare le proprie pietanze, la cucina stava diventando sempre più curata tanto che nei banchetti non mancavano mai cinghiali, fagiani e altri tipi di selvaggina.

Nel Granducato non solo si esaltava l'arte della pittura, della scultura, dell'architettura e delle scienze, Pietro Aretino nel 1537 in una lettera a Girolamo Sarpa scrisse:


"...l'apparecchiar de la tavola l'ornarla di rose, il lavar dei bicchieri, le susine negli intingoletti, il vestir dei fegatelli, il far dei migliacci e il dar de le frutte dopo pasto venne da Firenze. I suoi cervellini asettatini, diligentini, con le sottigliezze de l'antiveder loro, han carpito tutti i punti con che la cocina invoglia lo svogliato".

 

Durante il Granducato di Toscana la cucina fiorentina influenzò la gastronomia di altri paesi. Un esempio ne è la cucina francese: quando Caterina de' Medici si sposò con Enrico II, portò in Francia i propri cuochi che introdussero a corte la cucina italiana e in particolare quella fiorentina: le salse, l'olio d'oliva, gli spinaci, i fagioli, i piselli, i carciofi e tanti altri ingredienti e pietanze vennero poi adottati e fatti propri dai francesi. Fu introdotto anche l'uso della forchetta.


 

 

Caterina de Medici, eccellente intenditrice, spinta dal gusto per la buona tavola portò in Francia anche l'uso di cucinare i volatili all'arancio e molti altri piatti che poi si imposero nella cucina internazionale come tipici francesi.


Uno dei più importanti cuochi francesi, Antonin Carême, scrisse nel 1822:


"I cucinieri della seconda metà del Settecento avevano conosciuto il gusto della cucina italiana che Caterina de' Medici aveva introdotto alla corte di Francia".

 

Jean Orieux nel libro dedicato a Caterina:


"Proprio i fiorentini hanno riformato l'antica cucina francese di tradizione medioevale; ad essi risale la cucina francese moderna".

 

Ma è proprio la cucina francese che nell'Italia dell'Ottocento primeggia con l'impero Napoleonico.

 

Portate in Francia da Caterina de' Medici e restituiteci come appartenenti alla grande cucina francese vengono reintrodotte in Italia le crespelle “crepes suzette”, la colletta come “béchamel” in onore di un certo De Bechamel che se ne attribuì la paternità, la salamoia come “salmì”.



In quel periodo la cucina italiana cadde in disuso: in pranzi importanti si servivano solo piatti e vini francesi e nella Firenze capitale i Savoia prediligevano tutto ciò che proveniva dalla Francia, perfino la lingua, ed ecco l'ingresso dei termini buffet, dessert, soirèe, consommè.

Alla cucina francese certamente si deve l'uso di cucinare con il burro e di servire bordolesi sdraiate sugli appositi panierini, ma le forti tradizioni italiane ebbero presto il sopravvento.

Come si sa, le mode cadono in disuso e in Italia come in Toscana i buongustai hanno oggi di nuovo ragione, privilegiando piatti più semplici e sani e l'utilizzo di materie prime eccellenti. Riconoscendo il dovuto prestigio a ingredienti, prodotti  e pietanze universalmente conosciuti come, solo per citarne alcuni, l'olio extra vergine d'oliva, la ribollita, il Chianti, la chianina, il Brunello, il farro, la cinta senese e la bistecca alla fiorentina.



 



 

 

Gli ingredienti

GRANDI FORMATI


Social Network

 

 



Noi utilizziamo i cookie per migliorare la tua navigazione, per mantenere le sue credenziali di accesso all’area clienti e per aiutarci a controllare che i contenuti siano rilevanti. Per maggiori informazioni riguardo i nostri cookies, vedere la informativa sulla privacy.

Accetto i cookies da questo sito.